Che Roma sia stata saccheggiata più volte nel corso degli anni è ben noto a tutti; e basta aprire un qualunque testo di storia per rendersene conto, potendo peraltro in quella sede meglio contestualizzare i singoli fatti e quelli che li hanno determinati.
Se non ricordo male, l’ultima volta che Roma fu terribilmente saccheggiata risale al 6 Maggio 1527 quando ben 15000 lanzichenecchi di Carlo V vi irruppero per vendicarsi dell’affronto fatto al Sovrano Spagnolo da Papa Clemente VII che prese parte alla lega antiasburgica.
Il cammino della civiltà, però, a far luogo da quei giorni di ben seicento anni fa, ha fatto tanti e tali progressi che fatti del genere sembravano essere ormai consegnati alla storia o relegati in vecchi tomi ormai ingialliti dal tempo se non proprio corrosi da roditori affamati.
I fatti dello scorso 15 Ottobre scorso, invece, hanno dimostrato che purtroppo così non è, perché ancora si verificano episodi terribili che distruggono tutto ciò che hanno l’opportunità di raggiungere e perciò di distruggere, mettendo a in ginocchio una civilissima città come la capitale d’Italia.
E’ fuori dubbio che non sono – e non saranno – mai abbastanza le aggettivazioni negative necessarie a qualificare adeguatamente fatti del genere; ma, a mio avviso, una ragione – per quanto criticabile possa essere – c’è e si chiama DISPERAZIONE; ed è una disperazione ingenerata – si spera involontariamente – dalle stesse istituzioni che hanno in mano in questo momento le sorti della nostra penisola.
A mio umile parere, il Governo attualmente in carica si consegnerà alla storia come il solo, l’unico Governo dei tagli e delle offese.
Ed infatti tagli, tagli, tagli, tagli e ancora tagli e poi solo e soltanto tagli, dappertutto indiscriminatamente e forse anche senza cognizione di causa; tanto è vero che, mentre al mattino 15 Ottobre si parlava di tagliare non so che cosa nelle sorti delle forze dell’ordine, dopo l’incidente verificatosi nella stessa giornata un Ministro si complimentava con questa categoria di lavoratori per come era stata gestita quella particolare emergenza.
Fu vera gloria? Direbbe Manzoni! Insomma, questa categoria, al pari delle altre inutili e nullafacenti del Pubblico Impiego, è da gambizzare oppure no? O dobbiamo riconoscere a questo esecutivo le stesse qualità che Dante ascriveva alla sua Firenze nel VI Canto del Purgatorio?
Atene e Lacedemona, che fenno
l’antiche leggi e furon sì civili,
fecero al viver bene un picciol cenno
verso di te, che fai tanto sottili
provedimenti, ch’a mezzo novembre
non giugne quel che tu d’ottobre fili.
I tagli interessano tutti e non mirano di certo ad eliminare il superfluo, bensì a non far proprio funzionare più la Pubblica Amministrazione, visto che ovunque mancano tanto la carta per le fotocopiatrici quanto le penne o l’inchiostro per i cuscinetti dei timbri o gli spilli per le cucitrici, per mancanza di fondi.
E che dire poi dei tagli a stipendi già da fame e blocchi ai rinnovi contrattuali?
Io non sono un economista e non mi permetterò di portare vasi a Samo perciò non darò lezioni ai tanti luminari di economia che vanta l’Italia; ma questi – a mio avviso – sono rimedi peggiori del male; e nel mio piccolo dirò perché.
Per portare avanti il mio discorso subito dirò di avvalermi dello schema keynesiano del ciclo produttivo, il quale prevede: PRODUZIONE, REDDITO E CONSUMO.
Le politiche di questo governo stanno facendo il possibile per incrementare la sola produzione, fino a giungere alla quasi crocefissione dei lavoratori alle loro scrivanie o banchi di lavoro; ed infatti, non più malattie se non penalizzate con gravi tagli allo stipendio del malcapitato, non più festività patronali e poco manca che non vengano soppressi pure Pasqua e Natale in omaggio alla sola produzione.
Però, ed è questo il punto, seppure la produzione dovesse essere portata al massimo, il reddito scenderà sempre più al minimo. Se dunque sarà impossibile arrivare non più a fine ma a metà mese, nessuno potrà comprare più i beni non strettamente indispensabili.
In altre parole chi consumerà – ovvero acquisterà più i beni prodotti addirittura in eccesso?
Si arriverà in tal modo – e sempre a mio sommesso avviso – alla paralisi totale di tutto il sistema economico; perché le industrie non venderanno più i beni prodotti; perché i lavoratori dell’industria non potranno più produrre nulla se tutto ciò che viene da essi prodotto rimane pur sempre invenduto. E così pure nel pianeta automobili; perché se io non compro l’auto non pago bollo ed assicurazione, non consumo gomme o quant’altro serve a mantenere l’auto. Insomma si paralizza tutto! Quindi altra disoccupazione eccetera eccetera.
E’ perciò quello dell’incremento della sola produzione un rimedio peggiore del male.
E veniamo ora alle offese!
Sin dai giorni del Feudalesimo – per non andare molto indietro nel tempo – all’interno della piramide feudale esisteva un rapporto di dare/avere tra feudatario e vassallo che teneva legato a catena persino il concedente in capite all’ultimo schiavo della gleba.
Se dunque il vassallo doveva servigi al suo feudatario, questi – per parte sua – doveva protezione al suo vassallo a pena di fellonia; che era l’istituto capace di sciogliere il rapporto feudale ove mai fosse venuto meno l’uno o l’altro “dovere” da parte del feudatario o del vassallo ad esso correlato.
In altri termini, il rispetto tra padrone e subalterno era addirittura istituzionalizzato; eppure stiamo parlando di un epoca della storia che solitamente indichiamo come “i secoli bui del medioevo”.
In era moderna, poi, e cioè all’epoca dell’assolutismo monarchico, nonostante la voce dei sudditi fosse ben poco ascoltata e nulla era l’incidenza di costoro sulle decisioni del Monarca atteso che questi, nel rapporto con la Corona, svolgevano pur sempre un ruolo passivo, il Re aveva comunque l’obbligo di comprendere le esigenze dei suoi sudditi e di emanare le leggi con la dovuta saggezza ed a loro favore.
Il De Commynes[1] sosteneva addirittura che un Sovrano corretto non avrebbe mai potuto
“tassare i propri sudditi di un solo centesimo senza l’approvazione ed il consenso di coloro che debbono pagare, se non ricorrendo alla tirannia ed alla violenza”.
Perché, se le tasse sui prodotti di lusso erano considerate giuste, in quanto colpivano solo una infima minoranza [benestante] del popolo, il Principe avrebbe comunque dovuto essere più clemente con la restante maggioranza [povera] dei sudditi; altresì era suo compito altresì incoraggiare il commercio per favorire il benessere anche di costoro, e rendere disponibile una maggiore quantità di denaro – nelle casse dello Stato – in caso di bisogno.
Ed ancora Isabella d’Este riteneva giusto distribuire il grano ai sudditi bisognosi, soprattutto in caso di carestia; da un tale gesto sarebbe scaturita una maggiore propensione [futura] del popolo a pagare le tasse; si sarebbe – addirittura – così giustificato persino un eventuale aumento della pressione fiscale – da parte dello Stato – nei casi di maggiore necessità.
In pratica, tra le norme comportamentali del Principe nei confronti dei propri sudditi, vi erano quella:
- di dover concedere lunghe e frequenti udienze ai propri sudditi, giacché il popolo si illude di poter alleviare il peso dei suoi problemi quando é libero di lamentarsi con i suoi superiori;
- di dover fornire valide ragioni ai sudditi nell’applicazione di nuove tasse, perché solo in questo modo il popolo avrebbe pagato più volentieri i richiesti tributi.
Questo ai tempi in cui il diritto positivo, la Costituzione ed i i diritti dell’uomo erano concetti del tutto inesistenti giacché tutto promanava dalla benevola concessione dei Sovrano.
Bei tempi passati, allora, di maggiore rispetto interpersonale ancorché istituzionale e tra governati e governanti; tempi da evocare e rimpiangere, nella babele odierna.
Oggigiorno, invece, dopo sette secoli di storia dal Feudalesimo e comunque meno dai giorni dell’assolutismo monarchico e dopo altrettanto cammino dell’uomo verso un inevitabile processo di civilizzazione, un ministro offende gli impiegati della pubblica amministrazione così, liberamente; un altro taglia; un altro vuole tagliare addirittura la nazione in due (vedi secessione padana); un altro palesemente favorisce i ricchi a danno dei poveri ( e non stiamo parlando di un complesso di cantanti); un altro ancora non so cosa ha in mente sempre per vessare la gente.
Tutto per il solo gusto di farlo – indisturbatamente – pur sempre in nome della legge nella sicurezza che nessuno dicesse alcunché.
Dunque, fannulloni e rubastipendi i padri, bamboccioni i figli che non trovano lavoro; la peggio Italia i precari della scuola, facinoroso incosciente chi protesta in piazza; e poi, se i pensionati sono un peso morto ormai, la cultura non produce pil ed è perciò un valore inutile e perciò da sopprimere.
In altre parole – e sempre a mio sommesso avviso – questo modo di procedere non significa voler gestire bene la cosa pubblica con la saggezza del buon padre di famiglia; ma è scostumatezza istituzionalizzata e mancanza di rispetto verso quei poveracci che, avendo creduto in precedenza in un progetto, nelle vesti di elettori, hanno dato persino votato a favore di alcuni anziché di altri; ovvero di quelle persone che oggi, dai palazzi del potere, li sanno solo offenderli e per poi condurli contestualmente alla fame più nera.
Un po’ come dire a quelli che furono – e comunque saranno prima o poi elettori:
“Ti offendo, ho il potere di farlo e tu devi pure zittire o se non proprio ringraziarmi.”
Perché, dei circa 60 milioni di italiani, non si sta salvando e non si salverà nessuno. Ad eccezione, infatti, dei parlamentari e ministri della sola maggioranza di governo, tutti gli italiani hanno una qualche etichettatura negativa ovviamente ed un qualcosa che non hanno fatto o che hanno fatto male e perciò da rimproverarsi.
Sta di fatto, però, che muovendo da questi assunti, si finisce con l’ignorare una pericolosa sovrapposizione di ruoli che potrebbe risultare addirittura fatale per chi attualmente ci governa e che ambisce di poerlo ancora fare.
Voglio dire che tutta la massa dei fannulloni, dei bamboccioni, dei precari a qualsiasi titolo, dei facinorosi (ovviamente di quelli che protestano pacificamente nella piazze) o di quelli che formano “la peggio Italia”; dei pensionati delle casalinghe e dei cassintegrati; dei disoccupati e di tutti quelli che sono stati interessati a vario titolo dalla scure dei tagli, prima o poi si trasformeranno in elettori; e – guarda caso – saranno le stesse – si proprio le stesse – persone sopra elencate a recarsi alle urne.
Prima o poi, dunque, verrà inevitabilmente il tempo che questa massa inerte ed inoperosa di persone incoscienti si dovrà recare alle urne; ma andrà al seggio con lo stomaco vuoto e con l’uragano in tasca.
Sarà dunque la sola memoria e la sola disperazione a ricordare a costoro – in quel preciso momento – delle promesse fatte e mai mantenute dal 1994, dei milioni di posti di lavoro che mai nessuno ha preso e delle altre inopportune volgarate da sempre poste in essere da chi ci rappresenta istituzionalmente.
Saranno perciò solo queste poche e spicciole considerazioni a fare la differenza ed a suggerire un cambio di rotta; perché – si sa – l’uomo è felice quando spera di godere nel futuro; e, per far godere gli Italiani sprofondati nell’attuale abisso, occorre davvero poco, soprattutto perché chi sarà chiamato a dare preferenze elettorali è stato destinatario per lunghi anni solo di tagli uraganici e di offese davvero molto difficili da metabolizzare e che produrranno i loro inevitabili e catastrofici effetti.
E’ appena il caso di dare, a tal punto, un umile ed ultimo suggerimento al Governo in carica, sempre mirato al risparmio e peraltro suggerito dalle minghettiane “libertà e cannonate” con cui doveva essere trattato il sud d’Italia ai tempi della destra storica; ovvero consigliato dalla fisiologica evoluzione dell’idea del cavouriano ministro dell’interno, visto che il sud costituisce ancora – e dopo 150 anni – un “problema” nazionale.
Se dunque all’epoca del Minghetti esistevano solo i cannoni e la vexata questio poteva essere risolta giustappunto a cannonate, al giorno d’oggi esistono i gas nervini; ovvero quelli che periodicamente utilizzava Saddam Hussein contro i suoi rivali politici e non.
Basterebbe dunque rispolverare il modus agendi del ex dittatore iracheno per sbarazzarsi definitivamente di quel sud che tanti problemi ingenera.
Anzi, mi meraviglio di come mai nessuno abbia ancora pensato ad una soluzione del genere; neppure qualche ministro che odia tanto il sud da venirci persino in villeggiatura e che è addirittura sposato – se non vado errato -con una meridionale, siciliana addirittura.
In tal modo potrebbe risolvere ad un tempo tanto i problemi di Stato quanto quelli suoi personali e familiari, visto che, seppur persone stimabilissime ed amabilissime, suoceri e cognati – come istituzione – non godono certamente di una buona fama.
E’ ovvia la natura provocatoria di quanto appena affermato e sono ancora più evidenti i reati che ne deriverebbero e che nessuno vuole istigare, ovviamente; ma, ove mai una cosa simile dovesse accadere, essa avrebbe come inevitabile conseguenza una cosa politicamente ben più grave dell’aspetto “penalistico”.
A chi chiedere voti in un secondo momento in campagna elettorale, visto che sassi e campi minati o sterminati non possono recarsi alle urne e comunque non sanno votare?
[1] storico francese (Hazebrouck ca. 1445-Argenton 1511). Fu alla corte di Borgogna fino al 1472 quando entrò nelle grazie di Luigi XI.