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Mi Racconto

Miei Libri e Poesie; Fatti di lavoro, Sindacali, Giornalistici, Personali e Varie

Se quello di Berlusconi  fu il governo dei tagli e delle offese (si pensi ai fannulloni di Brunetta), quello di  Monti è sicuramente il governo dei soli tagli incondizionati ed a suo dire “equi”, seppure accompagnati ed “addolciti” dal pianto della Fornero.

A prescindere dai dati forniti dalla fredda matematica e dalla crisi in cui io non credo – o credo poco – (perché se la famiglia davvero è in crisi tutti devono stringere la cinghia, non solo il figlio che va a scuola con le scarpe rotte, ma anche il padre che deve andare al lavoro a piedi e non in Ferrari), ho la vaga sensazione che tra chi ci sta governando oggi nessuno abbia interesse a ricordare ed a ricordarsi che, tra i compiti precipui di un governo democratico, vi è il mantenimento della pace sociale.

Ebbene, se è vero (come lo è) che “un popola affamato fa la rivoluzione”, questi governi a tanto i stanno portando.

E se ciò dovesse davvero succedere, non ce ne sarà davvero più per nessuno, altro che Europa, Euro o paroloni capaci di riempire la sola bocca e non pure lo stomaco.

Certo è che la disperazione e la fame sono brutte  bestie; e quello che è capitato alla vicina Libia di Gheddafi (ed a lui personalmente) potrebbe accadere anche da noi….per disperazione!!

L’auspicio è dunque che i nostri politici (o tecnici), da qualsiasi costellazione provengono, agiscano alla luce di quanto appena detto, anche e soprattutto nel loro stesso interesse; perché la loro intoccabile golden share potrebbe crollare da un momento all’altro; perché anche Gheddafi, Saddam Hussein e Ceausescu ce l’avevano; ma  abbiamo poi visto tutti com’è andata a finire.

Certo è che l’unica cosa che ancora è rimasta priva di tassazione è la saliva; ed, in un malaugurato caso del genere, gli italiani sapranno bene come passare dai sacrifici “europei” alla eccessiva salivazione nella emulazione pedissequa degli amici libici.

Impossibile che ciò accada? Non credo!

Perché anche agli occhi di Benito Mussolini – nei momenti del suo fulgore – sembrava inopinabile ciò che davvero il destino gli avrebbe riservato; perché, se non ricordo male, fu appeso a testa in giù all’ingresso di una macelleria, come un capretto …. e questo è accaduto in casa nostra nemmeno molto tempo fa.

Prima di programmare altri tagli e di proporre altri sacrifici agli italiani, vorrei che chi guida al momento – e chi guiderà in futuro – le sorti dell’Italia, riflettesse su ciò; perché tre monti od un solo monti capovolti (o a testa in giù) fino ad oggi non si erano mai visti … nemmeno nei cartoni animati. Non sarebbe nemmeno carino!

Ma, continuando di questo passo, ….. non lo voglio, non lo auspico, ma l’ombra del Duce è ancora lì, fredda ed implacabile a ricordarci ciò che accadde; mentre gli eventi del 15 Ottobre 2011 romano ci ricordano che il rischio è ancora e sempre dietro l’angolo ed è peggiore del crollo dell’euro.

 

Perché la disperazione e la fame restano pur sempre delle brutte bestie !!

 

E ovviamente sto parlando della fine del berlusconismo; e subito il pensiero mi va a Carlo V che ebbe a dire di essere l’imperatore di un Regno sul quale non sarebbe mai tramontato il sole. Ma non di meno mi viene di pensare al colossale impero Romano ed ai tanti suoi Imperatori per poi con un volo pindarico arrivare fino a Napoleone e cioè a “quel securo” eroe il cui “fulmine tenea dietro al baleno”; e poi a Mussolini, Hitler ed ai tanti altri grandi personaggi che costellano i libri di storia.

Insomma, il cammino della umana civiltà è stracolmo di tanti Berlusconi che, pur credendosi eterni ed immortali, hanno avuto lo stesso destino di tutti gli esseri umani; perché umani erano e non imperituri come ritenevano di essere.

 

In altri termini, per far ricorso a quel poco di francese che ho sempre sdegnato di imparare al pari di tutte le lingue: tout passe, tout coule, tout laisse.

Se dunque Carlo V venne a morte troppo presto per assistere alla per lui incredibile distruzione dell’imperialismo spagnolo ad opera di quella stessa Castiglia che lo aveva creato, Napoleone, nel pieno del suo fulgore, mai avrebbe pensato di chiudere i suoi giorni nella “sì breve sponda” di Sant’Elena; e, se Mussolini mai sognava di finire umiliato come fu insieme alla sua compagna nella maniera in cui tutti sappiamo, Hitler nemmeno immaginava che il suo corpo non avrebbe avuto nemmeno una degna sepoltura. E così tanti altri personaggi tanto di tempi lontanissimi quanto nostri coevi addirittura.

 

Ed a questo punto mi vien da dire che sol chi non lascia eredità d’affetti / poca gioia ha dell’urna; perché anche questa componente è importante.

Perché, se muore Giovanni Paolo II, tutto il mondo lo piange e tutti lo vogliono Santo subito, in quel vivo ricordo che ancora ci bagna gli occhi di lacrime; se invece muore Bin Laden non lo piangono probabilmente nemmeno i figli.

Ma, alla foscoliana eredità di affetti va a sommarsi inevitabilmente la componente dei ricordi, di quei ricordi che non passano mai.

L’ultimo Governo Berlusconi si consegnerà alla storia come il governo dei tagli e delle offese; anche se tutti ricordano tutte le promesse fatte e mai mantenute dal 1994 ad oggi; dal milione di posti di lavoro previsti dall’allora patto con gli italiani e che nessuno mai ha visto, alla legge cosiddetta salva previti fino alle assurdità dell’ultim’ora (ultima la legge sulla patrimoniale per aggiustare come meglio credeva i suoi affari di famiglia.

E mi chiedo a tal punto che fine abbia fatto il precipuo compito di ogni governo democratico che si rispetti di garantire la pace sociale se a furia di tagli e poi tagli ed offese e poi ancora offese e tagli si favoriscono spiacevoli episodi come quello dell’ultimo 15 Ottobre, inspirati alla pura e semplice disperazione della gente?

Come per ogni fatto umano – che ha un inizio, uno sviluppo ed una fine – anche il berlusconismo è giunto al suo epilogo naturale; e, quando si giunge all’ultima pagina di un libro, si dovrebbe avere il coraggio di comprare un altro libro per poter continuare a leggere qualcosa.

Fine del berlusconismo, quindi, ma non eliminazione e successiva distruzione dell’unico, del solo vaso di Pandora della nostra umile Italia, nell’attesa di un veltro che la salvi, come nel primo canto dell’Inferno; perché da nessun’altra parte vi sono Santi capaci di fare miracoli o maghi che con una bacchetta magica risolvono d’incanto tutti i problemi che e esistono.

Se in ogni caso non perdiamo occasione per evocare la saggezza dei nostri avi, io voglio qui ricordare uno degli strambotti latini più conosciuti:

 

Do, ut Des!

 

La Democrazia Cristiana, ad esempio, ai tempi della prima cosiddetta Repubblica, viveva e lasciava vivere; se dunque all’epoca già esistevano le lussuose auto dei politici che le sfoggiavano senza alcuna vergogna, anche i più indigenti clochard avevano qualcosa da mangiare.

Al giorno d’oggi tutto ciò non esiste; ed anzi, se ancora dovesse esistere una qualche impresa a gestione familiare, piccolo negozio ecc, si farebbe del tutto per distruggerlo in onore alle grandi catene di supermercati; e ciò avviene in ogni settore.

In una siffatta situazione, a mio avviso, basta davvero poco per guadagnarsi la fiducia della gente; e quindi il mago od il Santo di cui parlavo prima non serve.

Perché basterebbe ridare un minimo di dignità – se non proprio la dignità che meritano – ai fannulloni brunettiani che devono essere ricollocati al posto che meritano; perché basterebbe dare un qualche futuro ai bamboccioni figli dei fannulloni; perché basterebbe far giungere negli uffici anche una sola risma di carta in più per soddisfare chi vi lavora, visto che da un po’ di tempo a questa parte negli uffici anche la carta manca.

Tutto ciò senza trascurare l’impegno di scovare e colpire in maniera esemplare i veri “fannulloni” ovunque essi si annidano, senza “SE” e senza “MA” o comunque senza pericolose generalizzazioni; perché esistono i fannulloni, è vero, ma non siamo tutti fannulloni come ha sostenuto da sempre l’ormai ex ministro della pubblica amministrazione.

Tra poco saremo nuovamente chiamati alle urne; e, come ho avuto modo di ricordare più volte, i debosciati della pubblica amministrazione ed i loro figli bamboccioni disoccupati; i loro padri, pensionati improduttivi che meno sono che carne da macello indegna persino delle vaschette di polistirolo nei supermercati; gli uomini di cultura e gli studenti che non producono reddito e quindi pil (e che per tale ragione vanno scoraggiati e sviliti nel loro sapere); le donne mogli dei fannulloni e madri dei bamboccioni (anche senza una specifica etichettatura da parte dell’esecutivo uscente); i precari delle scuole ed i facinorosi incoscienti che reclamano nelle piazze i loro sacrosanti diritti, andranno a fondersi in un’unica categoria, detta popolo sovrano, meglio conosciuta come “elettori”.

A tal punto, cosa verrà detto a costoro da chi li ha umiliati ed offesi fino all’annientamento morale ed economico per estorcere ancora una volta la loro preferenza?

 

Sol chi non lascia eredità d’affetti poca gioia ha dell’urna

 

diceva Foscolo ed io ho umilmente sopra ricordato! Ma che tipo di eredità di affetti potrà aver mai lasciato un governo che ha saputo solo umiliare i cittadini/elettori, distruggendo ad un tempo le loro stesse economie?

Ma come ho detto prima, non bisogna essere Santi o maghi per conquistarsi la benevolenza popolare; perché, dopo un terremoto ondulatorio e sussultorio del 10° grado della scala Mercalli, anche un solo mattone in perfetto stato, per quanto poco sia, può fare, anzi certamente farà la differenza.

La morte del berlusconismo, dunque, risolverà quasi d’incanto ogni problema? Certo che no! Ma potrà essere uno stimolo per l’esecutivo che verrà a rivalutare e motivare la gente anziché offenderla, evitando altresì effetti economicamente uraganici nelle loro tasche.

 

Che Roma sia stata saccheggiata più volte nel corso degli anni è ben noto a tutti; e basta aprire un qualunque testo di storia per rendersene conto, potendo peraltro in quella sede meglio contestualizzare i singoli fatti e quelli che li hanno determinati.

Se non ricordo male, l’ultima volta che Roma fu terribilmente saccheggiata risale al 6 Maggio 1527 quando ben 15000 lanzichenecchi di Carlo V  vi irruppero per vendicarsi dell’affronto fatto al Sovrano Spagnolo da Papa Clemente VII che prese parte alla lega antiasburgica.

Il cammino della civiltà, però, a far luogo da quei giorni di ben seicento anni fa, ha fatto tanti e tali progressi che fatti del genere sembravano essere ormai consegnati alla storia o relegati in vecchi tomi ormai ingialliti dal tempo se non proprio corrosi da roditori affamati.

I fatti dello scorso 15 Ottobre scorso, invece, hanno dimostrato che purtroppo così non è, perché ancora si verificano episodi terribili che distruggono tutto ciò che hanno l’opportunità di raggiungere e perciò di distruggere, mettendo a in ginocchio una civilissima città come la capitale d’Italia.

E’ fuori dubbio che non sono – e non saranno – mai abbastanza le aggettivazioni negative necessarie a qualificare adeguatamente fatti del genere; ma, a mio avviso, una ragione – per quanto criticabile possa essere – c’è e si chiama DISPERAZIONE; ed è una disperazione ingenerata – si spera involontariamente – dalle stesse istituzioni che hanno in mano in questo momento le sorti della nostra penisola.

A mio umile parere, il Governo attualmente in carica si consegnerà alla storia come il solo, l’unico Governo dei tagli e delle offese.

Ed infatti tagli, tagli, tagli, tagli e ancora tagli e poi solo e soltanto tagli, dappertutto indiscriminatamente e forse anche senza cognizione di causa; tanto è vero che, mentre al mattino 15 Ottobre si parlava di tagliare non so che cosa nelle sorti delle forze dell’ordine, dopo l’incidente verificatosi nella stessa giornata un  Ministro si complimentava con questa categoria di lavoratori per come era stata gestita quella particolare emergenza.

Fu vera gloria? Direbbe Manzoni! Insomma, questa categoria, al pari delle altre inutili e nullafacenti del Pubblico Impiego, è da gambizzare oppure no? O dobbiamo riconoscere a questo esecutivo le stesse qualità che Dante ascriveva alla sua Firenze nel VI Canto del Purgatorio?

 

Atene e Lacedemona, che fenno
l’antiche leggi e furon sì civili,
fecero al viver bene un picciol cenno

verso di te, che fai tanto sottili
provedimenti, ch’a mezzo novembre
non giugne quel che tu d’ottobre fili.

I tagli interessano tutti e non mirano di certo ad eliminare il superfluo, bensì a non far proprio funzionare più la Pubblica Amministrazione, visto che ovunque mancano tanto la carta per le fotocopiatrici quanto le penne o l’inchiostro per i cuscinetti dei timbri o gli spilli per le cucitrici, per mancanza di fondi.

E che dire poi dei tagli a stipendi già da fame e blocchi ai rinnovi contrattuali?

Io non sono un economista e non mi permetterò di portare vasi a Samo perciò non darò lezioni ai tanti luminari di economia che vanta l’Italia; ma questi – a mio avviso – sono rimedi peggiori del male; e nel mio piccolo dirò perché.

Per portare avanti il mio discorso subito dirò di avvalermi dello schema  keynesiano del ciclo produttivo, il quale prevede: PRODUZIONE, REDDITO E CONSUMO.

Le politiche di questo governo stanno facendo il possibile per incrementare la sola produzione, fino a giungere alla quasi crocefissione dei lavoratori alle loro scrivanie o banchi di lavoro; ed infatti, non più malattie se non penalizzate con gravi tagli allo stipendio del malcapitato, non più festività patronali e poco manca che non vengano soppressi pure Pasqua e Natale in omaggio alla sola produzione.

Però, ed è questo il punto, seppure la produzione dovesse essere portata al massimo, il reddito scenderà  sempre più al minimo. Se dunque sarà impossibile arrivare non più a fine ma a metà mese, nessuno potrà comprare più i beni non strettamente indispensabili.

In altre parole chi consumerà – ovvero acquisterà più i beni prodotti addirittura in eccesso?

Si arriverà in tal modo – e sempre a mio sommesso avviso – alla paralisi totale di tutto il sistema economico; perché le industrie non venderanno più i beni prodotti; perché i lavoratori dell’industria non potranno più produrre nulla se tutto ciò che viene da essi prodotto rimane pur sempre invenduto. E così pure nel pianeta automobili; perché se io non compro l’auto non pago bollo ed assicurazione, non consumo gomme o quant’altro serve a mantenere l’auto. Insomma si paralizza tutto! Quindi altra disoccupazione eccetera eccetera.

E’ perciò quello dell’incremento della sola produzione un rimedio peggiore del male.

 E veniamo ora alle offese!

Sin dai giorni del Feudalesimo – per non andare molto indietro nel tempo – all’interno della piramide feudale esisteva un rapporto di dare/avere tra feudatario e vassallo che teneva legato a catena persino il concedente in capite all’ultimo schiavo della gleba.

Se dunque il vassallo doveva servigi al suo feudatario, questi – per parte sua – doveva protezione al suo vassallo a pena di fellonia; che era l’istituto capace di sciogliere il rapporto feudale ove mai fosse venuto meno l’uno o l’altro “dovere” da parte del feudatario o del vassallo ad esso correlato.

In altri termini, il rispetto tra padrone e subalterno era addirittura istituzionalizzato; eppure stiamo parlando di un epoca della storia che solitamente indichiamo come “i secoli bui del medioevo”.

In era moderna, poi, e cioè all’epoca dell’assolutismo monarchico, nonostante la voce dei sudditi fosse  ben poco ascoltata e nulla era l’incidenza di costoro sulle decisioni del Monarca atteso che questi, nel rapporto con la Corona, svolgevano pur sempre un ruolo passivo, il Re aveva comunque l’obbligo di comprendere le esigenze dei suoi sudditi e di emanare le leggi con la dovuta saggezza ed a loro favore.

Il De Commynes[1] sosteneva addirittura che un Sovrano corretto non avrebbe mai potuto

 

tassare i propri sudditi di un solo centesimo senza l’approvazione ed il consenso di coloro che debbono pagare, se non ricorrendo alla tirannia ed alla violenza”.

Perché, se le tasse sui prodotti di lusso erano considerate giuste, in quanto colpivano solo una infima minoranza [benestante] del popolo, il Principe avrebbe comunque dovuto essere più clemente con la restante maggioranza [povera] dei sudditi; altresì era suo compito altresì  incoraggiare il commercio per favorire il benessere anche di costoro, e rendere disponibile una maggiore quantità di denaro   – nelle casse dello Stato – in caso di bisogno.

Ed ancora Isabella d’Este riteneva giusto distribuire il grano ai sudditi bisognosi, soprattutto in caso di carestia; da un tale gesto sarebbe scaturita una maggiore propensione [futura] del popolo a pagare le tasse; si sarebbe – addirittura – così giustificato persino un eventuale aumento della pressione fiscale – da parte dello Stato – nei casi di maggiore necessità.

 

In pratica, tra le norme comportamentali del Principe nei confronti dei propri sudditi, vi erano quella:

 

  1. di dover concedere  lunghe e frequenti udienze ai propri sudditi, giacché il popolo si illude di poter alleviare il peso dei suoi problemi quando é libero di lamentarsi con i suoi superiori;
  2. di dover fornire valide ragioni ai sudditi nell’applicazione di nuove tasse, perché solo in questo modo il popolo avrebbe pagato più volentieri i richiesti tributi.

 

Questo ai tempi in cui il diritto positivo, la Costituzione ed i i diritti dell’uomo erano concetti del tutto  inesistenti giacché tutto promanava dalla benevola concessione dei Sovrano.

Bei tempi passati, allora, di maggiore rispetto interpersonale ancorché istituzionale e tra governati e governanti; tempi da evocare e rimpiangere, nella babele odierna.

Oggigiorno, invece, dopo sette secoli di storia dal Feudalesimo e comunque meno dai giorni dell’assolutismo monarchico e dopo altrettanto  cammino dell’uomo verso un inevitabile processo di civilizzazione, un ministro offende gli impiegati della pubblica amministrazione così, liberamente; un altro taglia; un altro vuole tagliare addirittura la nazione in due (vedi secessione padana); un altro palesemente favorisce i ricchi a danno dei poveri ( e non stiamo parlando di un complesso di cantanti); un altro ancora non so cosa ha in mente sempre per vessare la gente.

Tutto per il solo gusto di farlo – indisturbatamente – pur sempre in nome della legge nella sicurezza  che nessuno dicesse alcunché.

Dunque, fannulloni e rubastipendi i padri, bamboccioni i figli che non trovano lavoro; la peggio Italia i precari della scuola, facinoroso incosciente chi protesta in piazza; e poi, se i pensionati sono un peso morto ormai, la cultura non produce pil ed è perciò un valore inutile e perciò da sopprimere.

In altre parole – e sempre a mio sommesso avviso – questo modo di procedere non significa voler gestire bene la cosa pubblica con la saggezza del buon padre di famiglia; ma è scostumatezza istituzionalizzata e mancanza di rispetto verso quei poveracci che, avendo creduto in precedenza in un progetto, nelle vesti di elettori, hanno dato persino votato a favore di alcuni anziché di altri; ovvero di quelle persone che oggi, dai palazzi del potere, li sanno solo offenderli e per poi condurli contestualmente alla fame più nera.

Un po’ come dire a quelli che furono – e comunque saranno prima o poi elettori:

 “Ti offendo, ho il potere di farlo e tu devi pure zittire o se non proprio ringraziarmi.”

Perché, dei circa 60 milioni di italiani, non si sta salvando e non si salverà nessuno. Ad eccezione, infatti, dei parlamentari e ministri della sola maggioranza di governo, tutti gli italiani hanno una qualche etichettatura negativa ovviamente ed un qualcosa che non hanno fatto o che hanno fatto male e perciò da rimproverarsi.

Sta di fatto, però, che muovendo da questi assunti, si finisce con l’ignorare una pericolosa sovrapposizione di ruoli che potrebbe risultare addirittura fatale per chi attualmente ci governa e che ambisce di poerlo ancora fare.

Voglio dire che tutta la massa dei fannulloni, dei bamboccioni, dei precari a qualsiasi titolo, dei facinorosi   (ovviamente di quelli che protestano pacificamente nella piazze) o di quelli che formano “la peggio Italia”; dei pensionati delle casalinghe e dei cassintegrati;  dei disoccupati e di tutti quelli che sono stati interessati a vario titolo dalla scure dei tagli, prima o poi si trasformeranno in elettori; e – guarda caso – saranno le stesse – si proprio le stesse – persone sopra elencate a recarsi alle urne.

Prima o poi, dunque, verrà inevitabilmente il tempo che questa massa inerte ed inoperosa di persone incoscienti si dovrà recare alle urne; ma andrà al seggio con lo stomaco vuoto e con l’uragano in tasca.

Sarà dunque la sola memoria e la sola disperazione  a ricordare a costoro – in quel preciso momento – delle promesse fatte e mai mantenute dal 1994, dei milioni di posti di lavoro che mai nessuno ha preso e delle altre inopportune volgarate da sempre poste in essere da chi ci rappresenta istituzionalmente.

Saranno perciò solo queste poche e spicciole considerazioni a fare la differenza ed a suggerire un cambio di rotta; perché – si sa – l’uomo è felice quando spera di godere nel futuro; e, per far godere gli Italiani sprofondati nell’attuale abisso, occorre davvero poco, soprattutto perché chi sarà chiamato a dare preferenze elettorali è stato destinatario per lunghi anni solo di tagli uraganici e di offese davvero molto difficili da metabolizzare e che produrranno i loro inevitabili e catastrofici effetti.

E’ appena il caso di dare, a tal punto, un umile ed ultimo suggerimento al Governo in carica, sempre mirato al risparmio e peraltro suggerito dalle minghettiane “libertà e cannonate” con cui doveva  essere trattato il sud d’Italia ai tempi della destra storica; ovvero consigliato dalla fisiologica evoluzione dell’idea del cavouriano ministro dell’interno, visto che il sud costituisce ancora – e dopo 150 anni – un “problema” nazionale.

Se dunque all’epoca del Minghetti esistevano solo i cannoni e la vexata questio poteva essere risolta giustappunto a cannonate, al giorno d’oggi esistono i gas nervini; ovvero quelli che periodicamente utilizzava Saddam Hussein contro i suoi rivali politici e non.

Basterebbe dunque rispolverare il modus agendi del ex dittatore iracheno per sbarazzarsi definitivamente di quel  sud che tanti problemi ingenera.

Anzi, mi meraviglio di come mai nessuno abbia ancora pensato ad una soluzione del genere; neppure qualche ministro che odia tanto il sud da venirci persino in villeggiatura e che è addirittura sposato – se non vado errato -con una meridionale, siciliana addirittura.

In tal modo potrebbe risolvere ad un tempo tanto i problemi di Stato quanto quelli suoi personali e familiari, visto che, seppur persone stimabilissime ed amabilissime, suoceri e cognati – come istituzione – non godono certamente di una buona fama.

E’ ovvia la natura provocatoria di quanto appena affermato e sono ancora più evidenti i reati che ne deriverebbero e che nessuno vuole istigare, ovviamente; ma, ove mai una cosa simile dovesse accadere, essa avrebbe come inevitabile conseguenza una cosa politicamente ben più grave dell’aspetto “penalistico”.

 

A chi chiedere voti in un secondo momento in campagna elettorale, visto che sassi e campi minati o sterminati non possono recarsi alle urne e comunque non sanno votare?

 

 


[1] storico francese (Hazebrouck ca. 1445-Argenton 1511). Fu alla corte di Borgogna fino al 1472 quando entrò nelle grazie di Luigi XI.

Che l’uomo sia stato – e sia anche ai tempi di internet – uguale a se stesso, con le sue passioni, con i suoi pregi e difetti, con le sue cattiverie e – perché no – anche con le sue buone azioni è risaputo; come è ben noto a tutti come le guerre, seppur temute e temibili, siano state nel tempo l’unico mezzo capace di gestire questioni territoriali e di confini  tra i popoli o di evidente supremazia di degli uni sugli altri.

E altrettanto noto per ciò che sanguinosissime guerre hanno segnato  - e segnano ancora – il cammino di tutte le civiltà, da Neanderthal ad oggi. Ed era così, ovviamente, all’epoca della grecità classica, periodo storico a molti sconosciuto, diversamente da altri entrati di diritto nell’immaginario collettivo, sia pure con molta ed indiscussa sommarietà.

E’ strano, infatti, pensare che, al giorno d’oggi, a livello di cultura generale, anche l’uomo della strada conosce Dante e la sua Opera maggiore, sia pure con molta, molta approssimazione; mentre è raro incontrare qualcuno che conosca, sia pure con la stessa sommarietà, la commedia e la tragedia greca.

Voglio dire che, se anche all’uomo qualunque è giunta almeno la sola notizia della Divina Commedia, non accade così per la letteratura della grecità classica; e, ove se ne volesse discutere, non sarebbe difficile sentirsi liquidare con un laconico: “ma di cosa stai parlando?”

Nonostante ciò, io in questa sede intendo riferirmi proprio alla commedia greca, sia pure con uno specifico riferimento al solo Aristofane ed alla sua Lisistrata, per riprendere il tema delle guerre e dei conflitti che hanno  da sempre tipizzato il cammino dell’uomo.

Donne da voi non poco la patria aspetta, diceva Leopardi in una sua opera;[1] ma più che al Grande recanatese, questo verso sembra essere la logica conclusione, la nota di chiusura della Lisistrata.

Che Leopardi avesse pensato o meno ad Aristofane nello scrivere quel verso  non ci è dato sapere; né è possibile mettere i due Poeti a confronto in un virtuale porta a porta per stabilirlo. Ma la cosa poco ci interessa.

Fatto sta che i due Poeti vogliono arrivare entrambi, sia pure per diverse strade, ad una ed una sola conclusione, che è poi quella sintetizzata dal marchigiano e che potrebbe rappresentare persino la sintesi dell’Opera di Aristofane:

Donne, da voi non poco la patria aspetta!

In pratica, Aristofane, viste le continue ed incessanti lotte che ponevano già ai suoi tempi l’uomo contro se stesso e fino alla incosciente e totale autodistruzione, affidò alla sua eroina la risoluzione di questo terribile istinto; e trovò allo scopo una soluzione a dir poco unica nel suo genere  – la guerra, ovvero, lo sciopero del sesso – ed incaricò Lisistrata, sia pure in una allegorica rappresentazione,  a realizzare l’ambito piano, peraltro  basato esclusivamente sull’alto potenziale di ricatto che le donne hanno sui loro compagni di sesso maschile, specialmente per ciò che attiene al letto.

Aristofane pose perciò Lisistrata alla guida di una manifestazione - o protesta – femminile che quasi anticipa la fine degli anni 60 del XX secolo in cui tutte le donne, pure a costo di grandi sacrifici e privazioni, non si sarebbero più dovute concedere alle attenzioni dei loro uomini, fino alla cessazione globale di tutti i conflitti. (Cfr. Testo Lisistrata a Pag.2) .

Anche perché, se è ancora vero che le donne partecipano al banchetto[2] pagando un conto molto più salato di quello dei rispettivi compagni; se è ancora vero che le donne devono persino rinunciare ad un minimo del loro pudore, dinanzi ad un altro uomo che, per intenderci, nel caso di specie, chiameremo ginecologo, prima di abbracciare un figlio; se è altrettanto vero che il rapporto Madre-Figlio è persino più grande di quello Padre-Figlio[3], essendo il primo più viscerale del secondo, a loro spetta l’ultima e decisiva parola.

Perché a tal punto è ben inutile fare tanti sacrifici per avere un figlio; farne altrettanti per vederlo crescere e portarlo alla maggiore età, per poi vederlo morire – anche a soli 18 anni - per la ragion di stato o quantomeno per il mero capriccio degli uomini, soli artefici di tutte le più sanguinose guerre.

E’ certamente preferibile non averne!

Nella sua battaglia, Lisistrata non era comunque sola,  affiancata com’era da molte sue amiche; anche se il primo, il solo problema che le si pose fu proprio la rocambolesca defezione di molte sue amiche non tanto disposte a sacrifici e rinunce nella specifica materia.

Lisistrata, infatti, si avvalse dell’aiuto di donne come Lampetta, ma non poté fare affidamento su Mirrina o Vincibella che miravano a ben altri scopi e che perciò avevano ben poco a cuore la causa primaria della importante manifestazione.

Ma il problema che si pose a Lisistrata è rimasto invariato nel tempo visto che negli anni sono venute al mondo più Mirrine e Vincibelle anziché Lampette e Lisistrate[4].

Io – ovviamente – non sto qui a riproporre la soluzione ideata  Aristofane e poi fatta realizzare a stenti da Lisistrata: era già anacronistica a quei tempi, figurarsi dopo più di 2000 anni, a terzo millennio inoltrato. Ma qualcosa ci si dovrebbe pur inventare in merito e ciò spetta – a mio vedere -  solo e soltanto a loro; alle donne, in quanto mamme, anche dei marines mandati – tragicamente  periti o meno – in guerra. Soprattutto perché la guerra è stata sempre è e continuerà ad essere nel tempo una inutile fabbrica di vedove e basta!

A tal punto, se agli uomini può essere ascritto quel terribile istinto che porta a fare – a farsi – la guerra; alle donne – e secondo la ricostruzione di Aristofane che abbiamo appena vista – può essere ricondotta la mancata realizzazione dell’ambito piano di Lisistrata.

A tal punto io non so concludere questa chiacchierata se non richiamando nuovamente il Leopardi; perché, anche se si spendessero fiumi di parole sul punto, la logica conclusione non potrebbe che essere doverosamente una ed una soltanto:

Donne, da Voi non poco la Patria aspetta!

Rimpiangendo Lisistrata, quindi, ed il suo grande coraggio; ma sono state e sono sempre poche le donne disposte a seguirla nella realizzazione di quel suo ambito progetto, sempre che ciò potesse bastare a porre fine al quiritario problema di cancellare da qualsiasi vocabolario la terribile parola: Guerra!


[1] Nelle nozze della sorella Paolina, (vv. 31-32)

[2] Intendendo per banchetto la nascita di un figlio, per utilizzare l’efficace immagine dello stesso Aristofane.

[3] Faccio questa affermazione essendo pure io padre e conoscendo molto bene ciò che significa essere padre; ed anzi dirò che, nella mia qualità di figlio vivevo con mio Padre un rapporto particolarissimo che ciportava ad essere una sola persona.

[4] Cfr. Testo in fondo al volume.

(Appendice alla mia Collana di Libri  - Sezione: Lo stato Moderno In Europa – 3a P.)

L’Italia è una mera espressione geografica, disse l’austriaco Metternitch al Congresso di Vienna  in quel suo vedere la nostra penisola come una confederazione «composta da Stati sovrani, reciprocamente indipendenti», anche se non è inopportuno vedere in essa frase i caratteri tipici  di un arrogante disprezzo nei confronti della nostra da sempre frammentata Nazione.

Ma, qualche anno prima di quest’ultimo, un certo Dante Alighieri ebbe a dire,

Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di province, ma bordello!

Insomma, nella buona o nella cattiva sorte, l’Italia è stata sempre teatro di aspri combattimenti tra stati o  monarchie importanti che la sceglievano come campo neutro sul quale regolare comunque i loro conti.

Ad ogni modo, a parte la maligna cattiveria dell’una affermazione ed il doloroso e patriottico rimpianto che tipizza la terzina del sesto canto del Purgatorio; a parte la dimensione spazio-temporale che intercorre tra le due citazioni ed il loro stesso contenuto informativo; a parte ciò che poteva essere o che è stato il bel paese, oggi c’è qualcuno – ed è questo il punto – che vorrebbe cancellare con un solo colpo di spugna tutti i sogni, i sacrifici (in termini di vite umane), il progresso storico-politico avuto negli anni dai giorni del Poeta fiorentino – se non prima – fino al 1861, ovvero fino ad oggi.

Perché, a ben vedere – e con specifico riferimento a quel sud d’Italia che il cavouriano Ministro degli Interni  Marco Minghetti intendeva curare con libertà e cannonate, questa zona d’Italia, proprio in termini di indivisibilità territoriale, vanta  tradizioni unitarie che affondano le loro radici addirittura nei tempi della Magna Grecia; stiamo perciò parlando di quasi tremila anni di storia che qualche goliardico eroe vorrebbe cancellare, relegare in cantina o magari in qualche testo di storia magari ingiallito dal tempo se non proprio rosicchiato da roditori affamati e che nessuno potrebbe  leggere più.

Senza nemmeno scomodare i ben più blasonati testi universitari, infatti, basterebbe trovare il tempo per aprire un buon libro di storia anche delle scuole medie – se non proprio delle elementari – per apprendere come il sud d’Italia, a partire di tempi appena ricordati della Magna Grecia e fino a tutta la parentesi romana; e perciò dall’epoca dei Normanni e fino al borbonico Regno delle due Sicilie, seppur denominato in vario modo, sia stato pur sempre politicamente unito.

A fronte di ciò, la parte più ricca (poi vedremo come e perché) dello stivale di tradizioni unitarie non ha nemmeno l’ombra, non sa cosa significhino, se non aprendo un qualunque dizionario e solo per mera conoscenza o cultura personale.

Se dunque per il sud dell’Italia restare ancorati alle più ferree tradizioni significa tenersi territorialmente unito, per l’altra parte dello stivale – e cioè per quella parte più e meglio rivestita di morbida e calda lana come negli stivali veri che indossiamo d’inverno – rispettare la tradizione significa ritornare alla disunione dei mille stati e staterelli; perché da mille staterelli  è stata sempre composta nel tempo.

Un po’ come lo zingaro che, pur avendo studiato e essendo diventato un professionista ed avendo perciò un tenore di vita adeguato, è comunque portato istintivamente a mendicare per strada; perché quello ha sempre fatto con i suoi da bambino; perché quello rappresenta le sue tradizioni più vere e sentite.

E’ perciò facile intuire come proprio da quella zona – in quella zona – provengano – o vengano coniati -  termini terribili da udire ancorché politicamente antistorici ed insignificanti come “secessione”.

Senza perdere comunque il filo del discorso e senza comunque andare troppo lontano nel tempo -  nonostante l’avessimo già fatto ricordando i tempi della Magna Grecia e quelli immediatamente successivi ad essa – un altro illustre sconosciuto come quel dolce di Calliope labbro di Francesco Petrarca ebbe modo di sognare – già i suoi tempi – un’Italia (se non addirittura un’Europa) unita e guidata  da un Principe “che la governi in pace”.

Ma poi venne al mondo un altro tal dei tali il cui nome risponde a Niccolò Machiavelli; il quale,  ascrivendo le colpe della disunione politica dell’Italia alla Chiesa, ovviamente sottintendeva nel suo discorso evidenti principi unitari della penisola.

Non ho intenzione di percorrere tutte le tappe che nel tempo hanno portato all’unità d’Italia in tutti i suoi aspetti; ma giova comunque volgere qui il pensiero a  tutti i timidi tentativi  - comunque poi realizzati nel tempo – fatti per riunire  o comprendere altresì  in un solo tomo ( e perciò sotto una sola competenza giuridica) tutte le varie forme di diritto che si andarono formando negli anni all’interno delle singole Signorie; perché si ben pensò di partire dalla unitarietà del diritto per poi giungere a quella politico-territoriale, nella ferma convinzione di avere in tal modo  un percorso  più agevole su cui muoversi. E così avvenne!

Allo scopo fu utile, ovviamente, tutto ciò che di benefico fu capace di apportare il cosiddetto “riformismo illuministico” e perciò la Rivoluzione Francese, il Code Napoleon ecc.; ma in ciò rimando il lettore alle sezioni apposite di questa stessa collana.

Portata a termine l’unitarietà dei vari diritti, i tempi erano comunque maturi pure per l’unità politico-territoriale del Paese; e, sempre in una visione sommaria che rimanda alle rispettive sezioni del libro per una trattazione approfondita della specifica materia, è il caso appena di ricordare tutti i sanguinosi moti dell’800,  la successiva concessione di varie carte ottriate – tra cui la più importante è sicuramente lo statuto albertino – e tutto ciò che, nell’arco di soli 61, preluse all’Unità D’Italia.

E che dire poi delle tre guerre di indipendenza italiane; ovvero di quei sanguinosi conflitti che dal 1848-1871  ebbero come unico scopo l’unificazione dell’Italia per poi unire sotto un’unica bandiera ed  un’unica guida politica tutti gli italiani?

E che dire inoltre del risultato plebiscitario del referendum dell’ 8 Giugno 1848 con cui i piemontesi si pronunciarono a favore dell’annessione della loro regione  all’allora Regno di Sardegna di Carlo Alberto di Savoia (futuro Regno d’Italia)?

E che dire ancora del Piave,  il “Fiume Sacro alla Patria”  che scorre in Veneto si, ma che fu teatro di molti aspri combattimenti, soprattutto della cruenta “Offensiva del Piave” – Novembre 1917 /Luglio 1918 – nel corso la prima guerra mondiale, dove trovarono la morte molti militari – anche meridionali – sempre a difesa della cosiddetta  unità nazionale dell’Italia unita?

E poi, giova appena ricordare soprattutto a tutti quelli che fingono di non sapere che – sicuramente in quella battaglia  e certamente non soltanto in quella occasione – finirono miseramente anche loro parenti ed amici; e perciò  fratelli e padri e nonni anche di quelli che oggi nelle piazze si permettono addirittura il lusso di battere le mani ad una idea assurda che mira alla distruzione di ciò che i loro padri hanno costruito pagando in prima persona col loro sangue, con la loro stessa vita.

Mi chiedo a tal punto che tipo di legame affettivo legava costoro ad i loro “cari estinti”; se davvero si sentono ancora legati – o se mai lo sono stati – ai loro morti e se mai hanno udito  da e verso costoro quel sospiro che dal tumulo a noi manda natura?

Com’è possibile che mai nessuno di loro sia stato assalito e tormentato da pensieri del genere; e, nel guardarsi allo  specchio, abbia disprezzato se stesso e la sua assurda ambizione? Che tipo di sangue – pardon di inchiostro – circola nelle loro vene?

Perché ai loro occhi, accecati da convinzioni errate ancorché antistoriche, cosa possono mai significare i circa tremila anni di storia appena ricordati rispetto alla soprannazionalità della padania? Che valore può avere la morte di milioni di persone che hanno lottato allo strenuo per consegnare ai posteri un’Italia unita?

Perché a tal punto, è il caso di dire – anche se non lo penso – che queste persone erano tutte stupide;  perché, in quel dare la loro vita all’unione del Paese, hanno reso all’Italia un servizio “inutile” tanto che qualcuno – e per fortuna solo qualcuno – vorrebbe addirittura distruggere.

Ma sappiamo che stupidi non erano; perché erano dei grandi eroi, degli eroi veri a cui deve (deve, imperativo categorico!!) andare tutto il nostro apprezzamento e la nostra riconoscenza, indipendentemente dal credo politico.

Ma tutto ciò ovviamente non ha alcun senso – per qualcuno – rispetto al ricco nord? Per quel nord che continua a trattare il sud d’Italia secondo i più autentici criteri minghettiani, pur essendosi fatto grande anche e soprattutto con il lavoro dei milioni di operai del sud che vi si sono recati alla ricerca di un futuro migliore se non proprio per baipassare le cannonate da sempre ad esso – sud – destinate; e che anzi, prima ci sono andati – e ci vanno – a lavorare e poi consumano tutto ciò che al nord viene prodotto – dalle merendine all’automobile – pagando in tal modo per ben due volte ciò che essi stessi vanno a produrre.

Perché prima li lavorano – i prodotti – magari percependo anche stipendi da fame e poi li comprano per consumarli, ovviamente. Ecco la ricchezza del nord? Ma chiunque saprebbe arricchirsi in tal modo, e non solo in quella parte d’Italia che realisticamente non è nemmeno una mera espressione geografica  ma pura  fantasia di qualcuno  che la chiama  Padania.

A tal punto, quello che invece pare indegno ad omo d’intelletto è come possano essere istituzionalmente tollerati comportamenti del genere.

Perché è vero, non sono mai mancati – e non mancano sul punto – i moniti del Presidente della Repubblica; ma solo quelli – con tutto il doveroso rispetto – probabilmente non bastano; perché gli autori di certi contegni dovrebbero essere posti in regime di 41 bis (carcere duro) in anguste, sudice e maleodoranti celle dove è possibile soltanto stare in piedi come una scopa; ed in cui una volta chiusa la porta di accesso, si dovrebbe gettar via la chiave.

Perché chi li pone in essere – questi contegni – magari è persino un ministro della repubblica che, prima di sedere su quella sua comodissima poltrona da circa 20.000 euro al mese  - e che ad un tempo definisce “ladrona” quella stessa Roma che glieli accredita – ha giurato fedeltà alla Repubblica ed alla sua Carta Costituzionale. Ovvero a Quella stessa Carta Costituzionale che da tempo – e soprattutto dopo avervi giurato fedeltà – vorrebbe gettare via come un sacchetto di spazzatura, in quell’offenderla sempre, sistematicamente ed impietosamente o nel disprezzarla come fa una belva con i propri nati.

Altro che giuramento !!

E pensare che nell’Articolo 5 della Costituzione del ’48 vi sono le risposte a tutti  i suoi quesiti, alle sue ambizioni oltreché ai limiti invalicabili. Basta leggerlo correttamente e con la dovuta calma.

art. 5. La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento.

La domanda è dunque – a tal punto – perché costoro non possono essere – e non vengono – trattati come delinquenti comuni? Perché sono politici?

Ma non è forse ancora vero che la legge è uguale per tutti o forse questa frase è incompleta e sarebbe più giusto leggerla come:

la legge è uguale per tutti …. i deboli ?

E’ ben chiaro che i sistemi giuridici e le forme di stato e di governo sono e possono essere soggetti a cambiamenti; ma ciò può avvenire solo in seguito ad una rivoluzione posta in essere da facinorosi che, pur non essendo alla guida di quel dato paese, ambiscono a farlo; e che, una volta affermatisi sulle loro posizioni, da facinorosi ne diventano i regolari governanti.

Si potrà parlare di folcrore? Ma, se questa cosa viene posta in essere da un ministro, si passa dal folcrore alla patologia che va curata in altre sedi magari più adeguate al caso specifico. E poi, se di folcrore trattasi, non sarà certamente  il Parlamento la sede più adatta allo scopo.

E’ chiaro a tal punto che tutto muti e si evolva; e che il corteo in cammino della storia prosegua inesorabilmente la propria marcia verso il futuro.

Se ciò è vero, nulla può rimanere statico nel tempo; e, per tale ragione, anche le attuali forme di stato o di governo possono mutare.

Ma resta comunque un solo punto fermo, se è ancora vero – come credo che sia – tutto ciò che viene tuttora riportato nei testi di diritto costituzionale.

Che piaccia o meno, nessuno potrà mai nemmeno lontanamente pensare di sobillare, boicottare, o  cambiare la Carta Costituzionale – la nostra Costituzione – magari stravolgendone i contenuti essenziali, se vincolato da un giuramento di fedeltà ad essa.

(Articolo pubblicato sulla Gazzetta  di Caserta il 21 Settembre 2011)

Sessa nel caos. Auto  selvaggiamente parcheggiate in ogni dove. Sempre inascoltate le sollecitazioni provenienti da più parti. Riesplode la polemica.

In tutte le piazze, automobili parcheggiate in maniera scriteriata, anche in presenza di specifici divieti ed avvisi di rimozione dei mezzi con carri-gru.

Questa strana situazione è stata sempre capace persino di smentire i buoni propositi del Comandante dei Vigili; il quale, per parte sua, pur promettendo battaglia a queste evidenti violazioni del codice della strada, nella pratica pone in essere  comportamenti  imbelli e tolleranti soprattutto verso chi vive e, quindi, parcheggia la propria vettura, in centro.

Ed è per questa ragione che da Piazza XX Settembre al Corso Lucilio, da Piazza Tiberio a Piazza Nifo o a Piazza Colombo, da Piazza Duomo al Piazzale Trieste ecc. è tutto un ondeggiare scriteriato di lamiere che non lascia spazio ai pedoni, né ad una più umana vivibilità del centro.

E questa situazione è quotidianamente sotto gli occhi di tutti, nonostante il cospicuo numero di contravvenzioni che i vigili sostengono pur sempre di elevare – senza sconti – a tutti.

Sta di fatto, però, che, al di la della fredda logica numerica cui solitamente  il Capo dei Vigili si è sempre riferito nel sostenere l’attivismo del suo ufficio, la realtà cittadina dimostra ben altro.

Giova solo qui ricordare che neppure l’intervento di Marco De Santis, Presidente dell’Ancestor, che tempo fa scriveva al Sindaco della “poca disponibilità dei vigili urbani a sanzionare queste situazioni di illegalità”, ha mai avuto un positivo riscontro dagli Uffici competenti.

Ancora disordine, dunque, in città; mentre la gente spera in adeguate direttive sul punto. Ma nemmeno la  nuova gestione municipale ha ancora mosso un dito sul punto.

(articolo pubblicato sulla Gazzetta di Caserta il 26 Agosto 2011)

Emergenza acqua a Sessa Aurunca, problema mai rientrato. Revocata precedente ordinanza e riapertura fontane pubbliche. Riesplode comunque la polemica.

E’ del 9 Agosto scorso, l’ordinanza n. 109 con cui  il Primo Cittadino revoca la 195 del 31 Agosto 2007 dell’allora Sindaco Di Meo.

Se, però, questo nuovo ordine dispone per un verso la riattivazione delle fontane pubbliche a patto che sia ben chiaro e visibile nelle vicinanze un cartello che avverta la cittadinanza dei rischi derivanti dall’utilizzo di quel liquido; peraltro ne ricalca i contenuti in termini di divieti dell’acqua per usi domestici, quali essi siano.

Questo perché dal pozzo di Valogno – vecchio ma pur sempre attivo – ancora fuoriesce acqua che contiene quantità di arsenico superiori alla norma, mentre sono ancora in corso i lavori per l’attivazione del nuovo pozzo in località Cerquello; che nessuno può dire quando e se saranno ultimati.

Nel frattempo, comunque, il divieto.

Ma, solitamente, si vietano cose illegali o comunque pericolose; e questa ennesima ordinanza della Casa Comunale da ragione a tutti quelli che non hanno mai inteso spegnere i riflettori sul delicato tema, sia pure tra mille strali  ed  accuse di inutile allarmismo; perché la realtà –quella vera – ha un solo volto che è impossibile ed inutile nascondere.

Anche perché non è da sottovalutare il fatto che  questo liquido giunge nelle nostre case attraverso una conduttura precolombiana che non escludeva all’epoca l’utilizzo di tubature di eternit notoriamente composte da quel famigerato amianto tanto dannoso per la nostra salute; e che, per tale ragione, l’acqua,  seppure purissima alla fonte, si arricchirebbe inevitabilmente di tutto l’amianto che accumula lungo il percorso e  prima di arrivare al rubinetto di casa.

Ed infatti, tra il dire ed il non dire, c’è chi ha riscontrato – ed ancora riscontra – inspiegabili problemi gastro-intestinali oppure delle semplici – si fa per dire – allergie all’epidermide se non proprio in parti intime del corpo, dopo una semplice doccia; e le frazioni interessate sono le sempre le solite – Cascano, Gusti, San Felice, Valogno, Corbara e Marzuli.

Mentre in queste frazioni il diritto alla salute sembra essere  sempre più un optional, alla beffa si aggiunge persino il danno; perché, se è vero che a Sessa si paga persino per ammalarsi, non mancano danni anche economici con solo erosissime e scandalose  bollette da pagare per ogni famiglia.

(Articolo Pubblicato sulla Gazzetta di Caserta il 1′ Luglio 2011)

A Cascano persone colpite da infezione intestinale per acqua lassativa all’arsenico-amianto. Riesplode la polemica.

Parlare del problema acqua in alcune frazioni del Comune di Sessa Aurunca (come Cascano, Gusti, San Felice, Valogno, Corbara e Marzuli) ormai non fa più testo; ma davvero si stanno avendo problemi seri e tangibili sulla salute di chi in qualche modo ha ingerito anche un solo bicchiere di questo veleno che ancora a Sessa Aurunca si definisce “acqua”.

E’ da almeno un anno che alcuni cittadini stanno avendo problemi a livello gastro-intestinale con frequenti ed inspiegabili ancorché fastidiosissime scariche diarroiche tutte causate non da intolleranze  o da scorrette abitudini alimentari, bensì da questo “maledettissimo – è il caso di dire – liquido.

Se dunque la inspiegabilità del fenomeno, per un verso,  ha indotto gli interessati a verificarne in ogni modo l’origine, peraltro la vera, la sola incriminata è stata giocoforza la “potabilità” del liquido in questione, mancando – in ogni caso – altre forme di altre patologie personali.

E ciò trova riscontro nel fatto che è bastata l’ingestione di un solo bicchiere d’acque – di questa acqua – ad ingenerare il problema; mentre è bastato cambiare per vederlo diminuire gradualmente fino a scomparire.

Condannati, così,  innocentemente, i cittadini che utilizzano l’acqua fornita dal Comune a Sessa ad una specie di arresti domiciliari tra sciacquone e water e perciò in bagno, senza nemmeno la possibilità di recarsi in cortile.

Situazione scandalosamente vergognosa – questa – che, se per un verso ha “tranquillizzato” gli animi degli interessati, ha peraltro causato in essi un senso di profondo sconforto, al solo pensiero di come i cittadini vengono trattati dalle istituzioni, locali o non che siano.

Verificherò più approfonditamente questa circostanza; ma, ove mai dovesse ancora essere confermata questa cosa, difenderò la mia salute a suon di carta bollata, promette un interessato, senza pietismo alcuno.

(Articolo pubblicato sulla Gazzetta di Caserta il 15 Giugno 2011)

A Sessa, elettore al voto finisce all’ospedale. Sgomento tra i presenti. E’ polemica.

Elettori sempre più a rischio a Sessa; mentre ciò che è accaduto alla sezione elettorale n. 24 – Avezzano-Sorbello – aggiunge una sia pur piccola nota stonata all’esaltante risultato referendario.

A quanto riferito da alcuni, le sedie in dotazione al seggio in questione pare siano state fornite dal circolo dei  pensionati presente in zona; ed erano  comunque tutte di plastica scadente e di quei modelli che fanno bella mostra – e solo quella – su vari giardini e terrazzi privati.

Proprio su una di queste sedie, si era appena seduto – verso le ore 16 – un agente in forza al seggio; ed era  finito  inevitabilmente a terra, precipitando da quel’oggetto sgangherato che non aveva retto al peso del militare che, fortunatamente non riportava conseguenze gravi sulla sua persona.

Dopo soli 5 minuti da questo fattaccio, passati peraltro a commentare lo strano evento accaduto,  usciva dalla sala la Signora C.A. che aveva appena votato; la stessa, anziana e desiderosa di una breve pausa prima di far ritorno a casa, ben pensò di utilizzare quella stessa sedia per il suo riposo; ma non si rese conto che quell’oggetto non era più utilizzabile e che non era stato ancora rimosso dal posto a causa del brevissimo tempo che intercorse tra i due malaugurati eventi.

La Signora – anch’essa – cadeva com’èera già accaduto al militare; ma, nel venire giù batteva con la testa al muro retrostante.

L’improvviso malore ed evidente malessere in cui si trovava la sventurata elettrice suggeriva al presidente del seggio di far intervenire il 118 e di rendere editto il Comune dell’accaduto.

Sopraggiungeva in tempi brevi l’autolettiga e la Signora veniva così trasportata al San Rocco di Sessa per gli accertamenti del caso.

Grande lo stupore dei presenti, del figlio e dei parenti della malcapitata e delle altre persone che, alla notizia, si accalcarono sul posto.

Mentre si augura una presta guarigione alla sventurata elettrice, non si può fare a meno di porre l’accento sull’attenzione sommaria ancora adottata nell’allestire i seggi.

(Artilolo Pubblicato sulla Gazzetta di Caserta l’8 Giugno 2011)

A Cascano acqua lassativa all’amianto aggiunge il danno alla beffa. Esplode la polemica.

Parlare del problema acqua in alcune frazioni del Comune di Sessa Aurunca (come Cascano, Gusti, San Felice, Valogno, Corbara e Marzuli) ormai non fa più testo; ma ciò che in questa sede è giusto sottolineare è che da qualche tempo si stanno verificando alcune inequivocabili ripercussioni sulla salute delle persone, dovute tutte all’utilizzo a volte forzato dell’acqua del rubinetto.

Può capitare, infatti che, per un motivo o per un altro non ci si rifornisca per tempo al supermercato  delle casse d’acqua davvero “potabile” da bere; e che si faccia, perciò, ricorso anche  inavvertitamente a quella del rubinetto.

Si immette in tal modo nell’organismo arsenico, manganese, ruggine e quant’altro il pericoloso mix della nostra acqua potabile è capace di contenere e che anzi contiene da molti anni ormai.

Anche se non è da sottovalutare il fatto che  questo liquido giunge nelle nostre abitazioni attraverso una conduttura precolombiana che non escludeva all’epoca l’utilizzo di tubature di eternit notoriamente composte da quel famigerato amianto tanto dannoso per la nostra salute; e che, per tale ragione, l’acqua,  seppure purissima alla fonte, si arricchirebbe inevitabilmente di tutto l’amianto che accumula lungo il percorso e  prima di arrivare al rubinetto di casa.

Ai già verificati fenomeni di pericolose allergie in ogni parte del corpo successive anche ad una sola doccia; ai frequenti dolori che altre persone avvertono, persino in parti intime, sempre dopo l’ingestione anche di un solo bicchiere d’acqua; alle forti irritazioni alle vie urinarie avvertite con dolori nel corso della naturale fisiologia quotidiana, da qualche tempo alcune persone stano avendo, altresì, problemi gastro-intestinali con frequenti e fastidiosissime scariche diarroiche, riconducibili tutte a queste stesse ragioni, giacché immediatamente successive alla ingestione di questo liquido – è il caso di dire – maledetto, potabile a tal punto solo per lo sciacquone del water.

E’ ben chiaro che in questa sede nessuno può pretendere la competenza e la scientifica precisione di un’analisi chimico-batteriologica che può soltanto essere qui consigliata;  ma sono inequivocabilmente chiari a tutti i grandi rischi a cui sottoponiamo la nostra salute nell’utilizzo di questa “speciale”  acqua potabile.

Alla beffa dunque si aggiunge il danno.; perché, se a Sessa si paga persino per ammalarsi, non mancano danni anche economici con solo erosissime e scandalose  bollette da pagare per ogni famiglia.